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Vito Fasano, un presidente moderno

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25 ottobre 1987, Taranto-Catanzaro 0-1

Il Taranto gioca in casa per la settima giornata di campionato di serie B contro il Catanzaro di Guerini e dell’eterno Massimo Palanca.
Sono passati solo tre mesi dagli spareggi di Napoli contro Lazio e Campobasso, che sancirono una salvezza miracolosa ma meritata dei rossoblu, grazie ad un girone di ritorno con una media da promozione.
L’atmosfera all’interno dello Iacovone non è la stessa di quei giorni di Napoli, la contestazione iniziata a fine luglio a causa della cessione di Maiellaro al Bari, deflagra ancora con tutta la sua forza al minuto 77 di quella gara, quando un tiraccio da fuori area del centrocampista calabrese Enrico Nicolini s’insacca con una parabola a campanile alle spalle di Daniele Goletti.
In un attimo tutto lo stadio si volge verso la tribuna centrale, dove Vito Fasano, presidente del Taranto Fc, viene raggiunto da insulti al limite dell’aggressione fisica da parte di alcuni tifosi presenti nel settore. All’esterno della Curva Nord a fine gara di verificano scontri tra i tifosi che cercavano di raggiungere gli spogliatoi e la polizia.
Forse in quel momento Fasano si convinse definitivamente che il suo percorso stesse volgendo al termine.

L’imprenditore Vito Fasano e il Taranto Fc, una sua creatura

Vito Fasano, imprenditore 54enne nel ramo dell’edilizia con ampi investimenti all’estero e proprietario del noto “Mon Reve” sulla litoranea, aveva prelevato una società moribonda dai tavoli del tribunale fallimentare nel maggio del 1985, dopo che si era parlato di un suo coinvolgimento già dal marzo precedente, mentre la squadra del Cavalier Pignatelli, in crisi economica e di risultati, aveva imboccato una parabola discendente che l’avrebbe portata alla retrocessione in C1 ed allo scandalo combine dell’ultima in casa col Padova.
Ad aprile del 1985 Fasano scopre tutte le sue carte, mettendo sul piatto 3 miliardi di lire per l’acquisizione del titolo sportivo dalle mani del curatore fallimentare e permettere la prosecuzione del calcio professionistico a Taranto.
Nel frattempo il vecchio Iacovone costruito in tavoloni e tubi d’acciaio nel 1965, aveva lasciato il posto ad uno stadio più piccolo e interamente in cemento armato, passando da una capienza di 25mila spettatori ad una (temporanea) di 12mila. Un’altra circostanza che avrebbe potuto scoraggiare l’investimento, ma Fasano andò fino in fondo e si assicurò il Taranto: nasceva così il Taranto FC dalle ceneri della fallita AS.

Un presidente diverso dai precedenti

L’impostazione che darà al nuovo Taranto è quella di un’azienda che doveva puntare all’autosufficienza. Un presidente moderno, lontano dalle figure popolari che l’avevano preceduto, istruito, calcolatore, forse anche distaccato.
Sul piano tecnico, viene richiamato il condottiero del Taranto di Iacovone, mister Tom Rosati, affiancato dal secondo Mario Biondi.
La prima partita della nuova stagione è la gara di Coppa contro la Sampdoria di Vialli e Mancini in uno Iacovone troppo piccolo e arroventato dalla canicola estiva. Mister Rosati non siede in panchina, le sue condizioni di salute già precarie, si aggravano. Perirà pochi giorni dopo. Fasano andrà sul sicuro: per sostituirlo prenderà Mimmo Renna, il mister dell’Ascoli dei record, alla prima esperienza in C dopo anni in serie B ed A.

Una Taranto diversa da quella di oggi

Era una Taranto diversa quella degli anni ’80, più popolare, in piena e disordinata espansione, con un settore edile molto redditizio con la continua nascita di cantieri che porteranno all’istituzione di nuovi quartieri verso sud e a nord nel rione Paolo VI.
Era una città in cui circolavano molti più denari, ma più pericolosa, con le lotte di mala che sfoceranno nel periodo più nero di sempre a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

Subito la B, poi gli spareggi di Napoli

Il Taranto conduce un campionato di C1 trionfale, stagione 1985-86, sempre tra il primo ed il secondo posto, accedendo alla serie B trascinato dal nuovo idolo Pietro Maiellaro.
La prima stagione in B nasce tra mille difficoltà, la squadra non è pronta e non ha l’esperienza giusta, Renna ha a disposizione un gruppo di giovani e qualche chioccia.
Il nuovo centravanti 22enne, Totò De Vitis forma però una coppia formidabile con Maiellaro che farà sognare i tifosi in un girone di ritorno affrontato con un altro allenatore, il sergente di ferro Veneranda e conclusosi con una vittoria schiacciante per 3-0 sul Genoa nella cornice del Via del Mare di Lecce, causa squalifica dello Iacovone.
A Napoli Maiellaro non c’è, ci pensa De Vitis a piegare la Lazio, mentre una punizione di Paolinelli col Campobasso regala una salvezza che sa d’impresa e che resterà negli annali. È l’apice dell’era Fasano.

Dall’idillio alla contestazione più aspra

Da lì a pochi giorni il mercato romperà l’idillio tra il presidente e la sua tifoseria. Non sarà la cessione in sé di Maiellaro, ma il fatto d’averlo venduto al Bari, con il quale allora esisteva una rivalità che oggi neanche ci s’immagina, anche perché si era nello stesso campionato.
Il suo Taranto aveva già fatto il massimo, non avrebbe potuto ambire alla A, come i tifosi si aspettavano dopo il trionfo negli spareggi. Bisognava vendere per garantirsi il futuro, le risorse scarseggiavano e Fasano si lamentava spesso dell’abitudine del tarantino di entrare nello stadio senza biglietto. Solo serie B a salvarsi nei programmi ed i malumori nella tifoseria aumentarono con i risultati pessimi di inizio stagione 1987-88.
Salvezza che sarà comunque raggiunta, con un Taranto più esperto che gestisce meglio la stagione, sollevato dagli innesti di un Giorgio Roselli d’annata e da un Gianpaolo Spagnulo para rigori.

L’ultima stagione, retrocessione e ritorno di Carelli

Ma l’era Fasano era ormai al capolinea.
Gestì un’ultima fallimentare stagione in B, con una squadra piena di nomi in cerca di rilancio o vecchi calciatori sul viale del tramonto. Quel Taranto partirà bene, batterà ancora il Genoa capolista, confermandosi bestia nera dei liguri, ma finirà male. In città tutti chiedevano il passaggio di mano. Donato Carelli s’era convinto a riprendere il discorso lasciato una decina d’anni addietro.
Fasano lascia, senza ulteriori polemiche, al nuovo presidente.

Una presidenza che a distanza di 30 anni ricordiamo in modo positivo, soprattutto per i primi tre campionati, ma che all’epoca non venne apprezzata appieno da una tifoseria stanca della B e vogliosa di una squadra che ambisse finalmente al salto in serie A.

Fonte foto, laziowiki

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