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MILITELLO: “Se il successo nel calcio dipendesse da numeri e passione il Taranto lotterebbe per la Champions”

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La scorsa primavera ero a Francavilla Fontana per Francavilla-TARANTO, stavo mangiando un piatto di pasta in un ristorante in zona stadio quando a un tratto sento trambusto pervenire dall’ingresso del locale: una dozzina di tarantini si stavano facendo largo – a modo loro – tra gli impalliditi camerieri, chiedendo di me. Avendomi scorto dalla vetrina del ristorante, una delegazione del corteo si era staccata ed era entrata di proposito PRETENDENDO di offrirmi il pranzo. “Perché tu vuoi bene agli ultras”.

Ringraziai e provai sommessamente (e inutilmente) a sottrarmi, dicendo che non c’era bisogno e ricevendo in cambio sguardi irripetibili. In realtà si trattava di un gesto che apprezzai moltissimo.

A esser precisi, più che semplicemente “agli ultras” – galassia estremamente composita tendente da sempre all’autodeterminazione – io voglio bene a qualunque tifoso ancora si sbatta, a prescindere dalla categoria, tra mille ostacoli, peraltro in una società che non crede più in nulla.

A parte poche eccezioni, per la maggior parte dei tifosi della Terra lo status pressoché permanente è MAI UNA GIOIA.
Milioni di fans sanno che, per loro, patire è la norma.
Per trovare l’unica cosa davvero preziosa nel bilancio emotivo di certe tifoserie bisogna rovesciare la medaglia: per questi supporters, quando finalmente una gioia arriva, essa è decuplicata, scatenando sensazioni che – non me ne vogliano – i tifosi di quella ventina di “blue chips” mondiali non potranno mai provare.

Prendiamo proprio i tifosi del Taranto: ricordo i titoloni (giusti, visto il deserto di tanti stadi italiani) per i 10.000 spettatori in occasione del loro ritorno in C, ma da sempre essi sono presenti in migliaia, fregandosene del blasone del campionato disputato. Se dipendesse da numeri e passione – ma non funziona così – il Taranto lotterebbe per la Champions da anni.

Penso a tutti quelli che continuano a credere nella salvezza anche in situazioni disperate. A quelli che continuano a tifare, spesso in modo mostruoso, anche con la squadra già retrocessa (Verona l’anno scorso). Penso all’Ebolitana e ai recenti casi di Ancona e Prato dove i tifosi, la squadra, se la sono comprata. E se l’esito è ancora da stabilire l’importante è averci provato.

Penso ai tifosi del Bournemouth, i primi nel ’97 a dar vita a un Supporter Trust. Penso al FC United e agli ultimi romantici del Lebowski.

Penso ai lucchesi e ai piacentini che si sono (ri)comprati il proprio marchio all’asta fallimentare.

Penso alla grande lezione di dignità e compattezza data dai tifosi del Pisa che in sei mesi di …tagadà hanno fatto, a tratti, anche da società a una squadra acefala governata solo da comunicati senza firma.

Penso a tutti i tifosi falliti, rifalliti, accorpati e fusi (societariamente parlando, s’intende)… A quelli di città anche grandi, le cui squadre non solo non sono mai state in A (le stesse Prato e Taranto, Ravenna, Rimini), ma sovente nemmeno in B.

Per loro, per TUTTI loro, stappo una birra, che oggi – per chiudere il cerchio iniziale – è una Raffo.

DAL PROFILO FACEBOOK DI CRISTIANO MILITELLO

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