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La squadra che vinse uno scudetto senza andare in A

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La Spezia, città di mare che condivide con Taranto non solo questa ma almeno un altro paio di caratteristiche: la presenza, ad esempio, della Marina Militare, con l’Arsenale che ingloba gran parte dell’affaccio al mare della città ligure.

Sul piano calcistico, anche lo Spezia come il Taranto ha la sua storia che sfocia nel mito: se per i rossoblu tale circostanza assume le sembianze della vicenda tragica, umana e sportiva, di Erasmo Iacovone, a La Spezia il mito riguarda un’impresa epica che risale alla seconda guerra mondiale, con uno scudetto vinto ma mai riconosciuto appieno, seppur come i rossoblu ionici, anche i bianconeri liguri siano tra le poche realtà capoluogo di un certo livello che non abbiano mai partecipato ad un campionato di serie A, nonostante i numerosi tornei di B alle spalle.

Una storia, quella dello Spezia, che ha raggiunto, con la finale playoff di B, il punto più alto di sempre, con la A ormai lì, a portata di mano, dopo la vittoria in trasferta a Frosinone.

Fonte: fabio simonelli, cronachedispogliatoio.it, 16 agosto 2020

Il 16 a La Spezia è un numero che potrebbero giocarsi al Lotto. Una data intrecciata con il destino della città. Oggi (ieri ndr), 16 agosto 2020, lo Spezia si gioca la possibilità di andare in Serie A per la prima volta nella sua storia, il 16 luglio di 76 anni fa conquistava il suo unico scudetto. Vincere un titolo senza mai essere stato neanche in A. Impossibile, se non in un’Italia diversa, di guerra, lacerata da mille contraddizioni e profondamente divisa, e non solo dalla linea Maginot.

Il calcio non si ferma

Al nord la Repubblica di Salò, al sud gli alleati. I rastrellamenti a Milano, i  chewing gum dei soldati americani in Sicilia. Nel ’44 l’Italia era così, un Paese spaccato in due, su tutto. Due governi, due Federcalcio. La FIGC infatti si era separata: una parte a Milano, l’altra a Roma, per custodire i tesserini e la Coppa Rimet (la Coppa del Mondo). Ottorino Barassi, futuro presidente, l’aveva nascosta in una scatola di scarpe sotto al letto. I nazisti, perquisendo casa sua, non l’hanno mai scoperta.

Nella Repubblica sociale si gioca un torneo su più regioni: 
Liguria, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia e Toscana.
Cominciato nel settembre del ’43, dopo le rinunce di molte squadre a causa dei bombardamenti, nel gennaio successivo la Consulta presieduta da Ettore Rossi decide di assegnarlo in un girone finale, a luglio, 
all’Arena Civica di Milano. Ci arrivano tre squadre: il Fiat Torino, i Vigili del Fuoco di La Spezia e il Venezia. Nomi particolari, certo, ma con uno scopo preciso. Molte squadre infatti si sono legate alle aziende del territorio per trattenere i giocatori dalla chiamata al fronte.

La guerra ti cambia

I granata sono ancora la squadra da battere. Campioni d’Italia in carica, Vittorio Pozzo come selezionatore e Mazzola, Ossola, Piola e Gabetto in campo. È un grande Torino che qualche anno dopo diventerà semplicemente Il Grande Torino. Il Toro è arrivato a Milano per vincere, il Venezia per tentare l’impresa, lo Spezia sostanzialmente per farsi un giro. È quello che pensano tutti, tranne l’ingegnere Luigi Gandino, comandante del 42° Corpo Vigili del Fuoco.
È lui che crea la squadra, aggiungendo ai suoi uomini qualche giocatore del Napoli e del Livorno che l’anno prima era arrivato secondo in campionato. Li affida a Ottavio Barbieri, ex allenatore del Genoa. Barbieri aveva lavorato con William Garbutt, l’uomo che per primo nel ’38 aveva portato in Italia il metodo WM, il 3-2-2-3, il sistema alla base del calcio moderno. Il tecnico però  fa una piccola variazione e crea il “mezzo sistema”, aggiungendo un centromediano e creando più densità in mezzo al campo. Risultato, una squadra solidissima, a cui non fai mai gol.

La foto dello Spezia vincitore del Campionato di Guerra 1943/44

Fatto fuori il Venezia, restano a contendersi la finale Torino e La Spezia. Da una parte una società forte, guidata da Ferruccio Novo, uno dei maggiori imprenditori dell’epoca, dall’altra una squadra improvvisata. Non ci dovrebbe essere partita, ma  il Toro è stanco. È appena stato a Trieste per un’amichevole in favore dei senza tetto. Con la città rasa al suolo, i giocatori ci hanno messo una settimana per andare e tornare a piedi, facendosi largo tra le macerie.


Sono tempi duri per tutti. Anche i vigili del fuoco ne hanno passate tante per arrivare a Milano. Per tutta la stagione, quando giocavano in trasferta, sono partiti dalla Liguria con due autobotti, una per loro, l’altra, leggermente modificata, per contenere sale e olio da scambiare con cibo e ospitalità.  
A ogni posto di blocco un segno della croce, perché va bene il lascia passare, ma dei tedeschi non ci si fida. Prima del match col Torino bruciano persino le maglie e giocano in intimo. «Durante il viaggio si era scaturito un forte temporale» rivela  l’ingegner Giuseppe Zironi, dirigente dei Vigili del Fuoco e storico della squadra. «I camion erano all’aperto e le divise si erano impregnate di acqua. Hanno provato a riscaldarle vicino a una caldaia, ma è scoppiato il caos».  Da pompieri a incendiari per caso, la guerra fa anche questo.

Il trionfo

All’Arena non c’è tanta gente. Il pubblico era stato avvisato: ai primi allarmi si resta seduti, ci si nasconde solo se le sirene antibombe si prolungano per qualche minuto. Sono gli stadi di guerra, preda di rastrellamenti fascisti.

Pronti via e lo Spezia passa in vantaggio. Costa batte una rimessa laterale, scarica su Angelini che si libera di Ellena e fa partire un tiro molto preciso all’angolino. Mazzola, però, pareggia su punizione. Da lì è un dominio granata, ma Angelini trova il modo di farsi spazio tra i difensori e segnare con un tiro a mezz’altezza da una ventina di metri: 2-1, una vittoria che significa scudetto.

E pensare che fino a qualche tempo prima stavano scavando a mani nude tra i resti del porto, bombardato dagli alleati. Ora i pompieri di La Spezia sono campioni d’Italia. Una storia quasi persa del tempo.

Persa, per più di 50 anni, è stata anche la memoria della FIGC. Soltanto nel 2002, infatti, la Federazione ha riconosciuto la vittoria dei bianconeri, concedendo il titolo onorifico di Campioni d’Alta Italia. Un ovale tricolore cucito sulla maglia, una pacca sulla spalla ma niente posto nell’ Albo d’Oro. Il trofeo, almeno quello, c’è ancora e si trova ancora nella sede di via Antoniana, ma è una coppa di latta simile a un fascio littorio. «Accettare il nostro scudetto significava in qualche modo avvalorare la Repubblica di Salò» spiega Zironi. «Una parte di storia che nel dopo guerra si voleva dimenticare in fretta.  Eppure abbiamo battuto il Torino, praticamente la nazionale dell’epoca. Anche la Roma, che aveva cominciato la stagione nel girone del Nord, non avrebbe potuto più raggiungerci in classifica. Sportivamente è una vittoria meritata».

Nella Sala Appiani dell’Arena Civica è appesa una targa che riporta i loro nomi: 
Bani, Persia, Borrini, Amenta, Gramagli, 
Scarpato, Rostagno, Tommaseo, Angelini, 
Tori, Costa. Undici eroi, per una vita sulla strada, ma per un anno, anche sul campo.



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