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Il tacco…. di Selvaggi

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Intervista ad uno dei più forti giocatori che abbia mai indossato la casacca del Taranto. “Io la maglia rossoblu la sento tatuata addosso, non ci posso far nulla. Iacovone? Un fratello, una coppia perfetta in campo e fuori. Non era possibile non andare d’accordo con Erasmo, dico un’ovvietà quando confermo che con lui saremmo andati certamente in A, ecco quello è il mio più grosso rimpianto (…)”


Fonte, Dario Galliteli per Cosmopolismedia.it

Troppo riduttivo parlare del “Mundial”, troppo scontato riferirsi solo al connubio che fu con il compianto Erasmo. Non è solo un’intervista, è la storia Franco Selvaggi messo a nudo. Vita quotidiana e miracoli di chi nel calcio che conta ha recitato il ruolo di attore protagonista.
IL MIO PALLONE “Partiamo dal presupposto che in un momento come questo parlare di calcio non è semplice, ma la vita deve andare avanti sperando di ritornare il prima possibile alla nostra normalità. Mi presento? Mi chiamo Franco Selvaggi e sono innamorato del pallone. Ho iniziato come tutti quando ero un bambino, intorno ai sei anni. Pomarico, mio paese natale non aveva un campo e quindi si giocava per strada, senza dubbio la migliore scuola che si potesse avere. Ho trascorso una parte della mia infanzia in Sardegna, mio padre lavorava lì ed il caso poi ha voluto che ci tornassi da calciatore. Posso dire di aver vissuto sin da ragazzino il calcio con il cuore pieno di passione, oggi nei ragazzi non trovo quasi mai quell’ardore del quale noi, giovani di un tempo, ci nutrivamo quotidianamente, che peccato”.
TERNANA “Arrivo alla Ternana quasi per gioco. Nei rossoverdi c’era un giocatore nativo di Matera (Rosa, ndr) che mi sponsorizzò. Insomma, face presente ai dirigenti umbri che in Lucania ci fosse qualcuno da valutare attentamente. Niente, andai a Terni, mi videro giocare e mi presero. Inizialmente non ci credevo, ero molto attaccato alla mia terra, agli amici, alla famiglia, ma davanti ad un’offerta del genere (tre milioni di lire) pensai che avrei potuto dare una grossa mano economica ai miei genitori. Trafila delle giovanili, e allenamenti con la prima squadra, in B. Poi l’anno successivo l’allora allenatore Viciani mi battezza e mi butta nella mischia, esordio contro la Fiorentina. Sono poco modesto se dico di essere stato il migliore in campo (e lo dice sorridendo)? Il primo gol arriva poco dopo, è il trentuno dicembre, affrontiamo la Juventus che avrebbe poi disputato la finale di Coppa dei Campioni, gioco e faccio gol. Un’emozione unica”.
ALL’OMBRA DEL CUPOLONE “Mi vide Scopigno che qualche tempo dopo diventò tecnico della Roma. Cosa succede? Che a diciannove anni alla Roma ci vado anche io, ma ero un ragazzo, a quell’età  sei immaturo, non capisci l’occasione. Ricordo che non avevo nemmeno la carta d’identità, i miei compagni vanno in Grecia a disputare un’amichevole precampionato, io resto a casa, scendo in campo con la Primavera e mi strappo. Tre mesi di stop e addio sogni di gloria. Nel frattempo Scopigno si dimette, arriva Liedholm col quale gioco ma a fine stagione la Roma non mi riscatta e io imbocco nuovamente la strada che porta a Terni. Più che una stazione di arrivo è solo una fermata, non mi piacciono i cavalli di ritorno. Mi propongono Como, Spal e Taranto. Non ho dubbi”.
TARANTO “Io la maglia rossoblu la sento tatuata addosso, non ci posso far nulla. Mia moglie a distanza di anni si arrabbia, dice che riguardo solo le immagini che mi ritraggono con la casacca del Taranto, ha ragione, hanno un gusto diverso. Parliamo di una piazza dove ho imparato ad essere uomo, Taranto mi ha dato tanto, forse più di quanto io non sia riuscito a dare ai tarantini. Iacovone? Un fratello, una coppia perfetta in campo e fuori. Non era possibile non andare d’accordo con Erasmo, dico un’ovvietà quando confermo che con lui saremmo andati certamente in A, ecco quello è il mio più grosso rimpianto, non aver centrato la massima seria con la maglia del Taranto. Era una squadra forte davvero, anche chi svolgeva il lavoro oscuro era di una categoria superiore, penso a Giovannone ad esempio, il miglior difensore che sia transitato da Taranto. Voglio raccontare un aneddoto, primo anno a Taranto, giocavamo contro il Novara, Mazzetti mi mette in panca per far giocare Montefusco, zero a zero, la gente sugli spalti inizia ad invocare il mio ingresso, il mister si convince, mi mette dentro: vinciamo uno a zero, no, non faccio gol ma m’invento l’assist per la rete che vale tre punti. La settimana successiva arriva il Parma, vado di nuovo fuori, stesso copione, zero a zero e il pubblico richiede il mio ingresso, entro e metto una palla al bacio per Jacomuzzi. Due a zero per noi. Mi emoziono ancora se ci penso, ma non ci puoi far nulla, è amore”.
IO E GIGI RIVA “Partiamo da un presupposto dal quale non si torna indietro: Gigi Riva è stato il centravanti più forte della storia del calcio. Detto questo il sol pensiero che a volermi fortemente sia stato lui mi ha sempre riempito d’orgoglio, qualche anno dopo mi confessò di avermi seguito a lungo, temuto come avversario e poi apprezzato come calciatore del Cagliari. Nella stagione 1979 – 80 andai vicino a diventare capocannoniere della Serie A, peccato potevo fare di più ma va considerato che non ero io il rigorista, tantomeno spettavano a me le punizioni. Vinse Bettega, gran giocatore per carità ma con un briciolo di fortuna in più magari le cose sarebbero andate in maniera diversa”.
ZICO E LE PUNIZIONI “Fenomeno assoluto. Parliamo di classe cristallina, talento puro, averci giocato assieme è un vanto, una medaglia che posso sfoggiare. Uno dei più grandi in tutto ciò che faceva, il venerdì ad esempio ci allenavamo sulle punizioni, otto su dieci finivano dentro, ovviamente c’era anche il portiere ma per lui non contava. Io lo studiavo, cercavo di rubare. Qualche anno dopo lo incontrai, io ero alla Sambenedettese, mi disse ridendo che era soddisfatto di avermi insegnato a calciare in quella maniera”.
LUCI A SAN SIRO “Giocavo, ero titolare ad Udine ma quando ti chiama l’Inter che fai? Il direttore Dal Cin mi telefonava tutti i giorni, in bianconero stavo bene ma posso dire di aver indossato una delle maglie più prestigiose del calcio mondiale. Solo sette presenze, una di queste con la Juventus, avevo trentatré anni e davanti due mostri sacri come Altobelli e Rummenigge, che ci vuoi fare? Resta comunque una grande esperienza”.
IL MUNDIAL “Ho vinto un Mondiale, e devo dire grazie a Bearzot. Lui mi vide quando ero con l’Under 21, giocavamo contro il Lusemburgo, finì tre a uno e siglai due reti. Quando mi convocò per la prima volta, si trattava di una gara di qualificazione al Mondiale ero incredulo, lui mi considerava l’alter ego di Paolo Rossi. Qualcuno mi rimprovera di non aver giocato nemmeno un minuto in quella spedizione, beh stesso discorso potremmo farlo per gente del calibro di Massaro, Baresi, Giovanni Galli e Pietro Vierchowod, diciamo che sono in ottima compagnia. Quel Mondiale lo sento mio a tutti gli effetti”.
DI TACCO…ALLA SELVAGGI “Ho avuto una carriera ricca di soddisfazioni, anche in massima serie ma guarda caso la partita più bella della mia carriera l’ho fatta con la casacca del Taranto. Derby, Bari – Taranto, millenovecentosettantanove. Eravamo sotto tre a uno, in dieci dall’inizio, facciamo tre a tre, due gol li faccio io, uno splendido, di tacco, oggi si dice alla Mancini, anche se forse sarebbe stato meglio, alla Selvaggi”

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