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NAZIONALE

È l’Italia del “Mancio”

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All’indomani della disfatta epocale della mancata qualificazione ai mondiali di Russia, il tecnico jesino fu scelto non senza perplessità da parte di una certa opinione pubblica (ed una certa stampa) che non lo considerava adatto al ruolo di Commissario Tecnico. Un rapporto difficile, quello del Mancini calciatore con la Nazionale azzurra.

Il Mancini calciatore

In un’era di grandissimi talenti offensivi, quella tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, Roberto Mancini detto il “Mancio” rimase ai margini della Nazionale, seppur protagonista indiscusso della nostra serie A con le maglie di Bologna, Sampdoria e Lazio, per un ventennio circa. Ragazzo prodigio, esordì in A nel 1981 con i Felsinei a soli 16 anni, siglando 9 reti nella sua prima stagione tra i grandi.
Attaccante completo, capace di ricoprire tutti i ruoli dalla trequarti in su, Mancini lo ricordiamo soprattutto per una caratteristica particolare: la punta che gli veniva affiancata, di solito faceva caterve di gol, evidentemente non per caso. Vialli, Chiesa-padre, Montella, per citarne alcuni, hanno usufruito dei suoi assist. Non che di gol lui non ne facesse: 156 le reti segnate in A, molte delle quali di una spettacolarità unica, di tacco o su conclusioni al volo. Due scudetti vinti con Sampdoria e Lazio, ed una serie di trofei nazionali ed internazionali, non sono però bastati per ritagliarsi un ruolo da protagonista in Nazionale.

Non c’era feeling tra il Mancini giocatore e la maglia azzurra, forse perché i vari CT non gli hanno mai fatto sentire quella necessaria fiducia di cui aveva bisogno mentre la stampa dell’epoca ne sottolineava il carattere poco incline alle “gabbie tattiche”. Eppure, con Sacchi selezionatore accettò anche di reinventarsi esterno di centrocampo, ma in quegli anni, come detto, i talenti si sprecavano ed in Nazionale le chance erano poche anche per altri fenomeni come Zola o Signori e, spesso anche per Roby Baggio. Il suo habitat naturale rimase per 15 anni la Samp di cui era leader indiscusso, col mitico Boskov in panchina, coccolato dal presidente-paterno Mantovani, oltre che da un’intera tifoseria.

Alla Lazio ci arrivò già trentatreenne, dopo aver sfiorato l’Inter di Moratti in almeno una occasione, con talento e fisico integro, spalle larghissime e carisma da vendere. Dopo una breve parentesi in Premier al Leicester, eccolo in panchina, non senza polemiche.

Il Mancini allenatore

Allenatore lo è sempre stato, anche quando scendeva in campo. Il passaggio al ruolo di mister una conseguenza logica e repentina: appena smessi gli scarpini era già in panchina a dirigere la Fiorentina e vincere una delle sue tante Coppe Italia. Le polemiche si sprecarono, all’epoca, in quanto sprovvisto di patentino per allenare: un particolare che fa sorridere vista la carriera del calciatore e quanto succede oggi anche sulle panchine dei più grandi clubs italiani.

A seguire il ritorno alla Lazio e poi l’Inter nel 2004, con cui inaugura il ciclo d’oro dei nerazzurri di Massimo Moratti, da un decennio sulle sue tracce. L’addio dopo tre scudetti per via del mancato salto di qualità in Champions. Al Manchester City vince la Premier, portandosi dietro Balotelli, in un continuo rincorrerne il talento, che lo porterà a ripescarlo per un ultimo tentativo anche in Nazionale. Quindi Galatasaray, ancora Inter e Zenit San Pietroburgo.
La panchina azzurra diventa un suo obiettivo dichiarato. Lo ripeteva spesso: avrebbe accettato un’eventuale chiamata sulla panchina della Nazionale.

Il Mancini CT

La chiamata arriva nel 2018. Raccoglie un’eredità fatta di macerie. C’era da ricostruire tutto, trovare giocatori nuovi che riportassero l’Italia ad uno standard accettabile, riavvicinare la gente alla maglia azzurra, attraverso il gioco ed i risultati. Forse l’unico papabile di un certo livello disponibile in quel momento storico, Gravina punta tutto sulla sua figura, per un rilancio che sembrava quasi impossibile vista l’apparente carenza di talenti emergenti. Una partenza non semplice, un paio di sconfitte pesanti sul piano tecnico contro Portogallo e Francia, formazioni di livello nettamente superiore, almeno fino a due anni fa. I risultati arriveranno, con tanto di record di vittorie di Pozzo infranto dopo 81 anni.

L’Italia di Mancini ha ora un’identità ben precisa, il continuo turnover tra giocatori non snatura la sua idea di gioco e, cosa non proprio nel DNA della Nazionale azzurra, diverte il pubblico. Tutto in un contesto di ricambio generazionale che sembra arrivare a conclusione con il lancio in pianta stabile di giocatori come Donnarumma, Barella, Jorginho, Insigne, Belotti, le piacevoli ultime affermazioni di Locatelli e Berardi, senza dimenticare i Verratti, Zaniolo e Chiesa-figlio. Con un’unica incognita che riguarda Ciro Immobile, l’attaccante più prolifico a disposizione, almeno con la casacca laziale, ma un gradino dietro nelle preferenze del mister rispetto a Bellotti. Una Nazionale in cui il talento del singolo è funzionale all’idea di gioco ma anche il contrario, cioè un impianto tattico che permette al singolo calciatore di esprimere a pieno le proprie capacità tecniche. In questo c’è tutta l’esperienza del Mancio, da 40 anni sui campi di calcio, sempre al top.

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