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CALCIO

È il momento di riformare C e D

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La situazione che stiamo vivendo in questo periodo è surreale, qualcosa che non immaginavamo possibile e a cui non eravamo assolutamente preparati. Il virus ha stoppato la quotidianità di tutti, e lo sport in generale e il calcio in particolare non hanno fatto eccezione.
Dopo un mese e mezzo di sacrifici che hanno costretto ognuno di noi a restare chiusi in casa per stoppare il contagio dilagante, c’è in tutti una gran voglia di ripartire motivata dalla curva dei contagi in costante discesa. Abbiamo voglia di tornare alla normalità, a vivere la quotidianità cui eravamo abituati, e naturalmente da sportivi ci auguriamo che il calcio, divertimento e passione per eccellenza degli italiani, possa riprendere l’attività sospesa da tempo.


Le domande che tutti si pongono sono essenzialmente due: quando ripartirà il calcio e soprattutto in che maniera. Cerchiamo di darci una risposta. La tempistica sulla eventuale ripartenza della attività agonistica dipenderà molto dalle decisioni che prenderà il governo sulla famosa e oramai attesa “fase 2” che dovrebbe iniziare dal prossimo 4 maggio. Ci potrebbe essere una concessione ai club di massima serie (e probabilmente solo a questi) per poter riprendere gli allenamenti, atteso che ogni squadra per potersi far trovare pronta ad una eventuale ripartenza deve poter preparare soprattutto dal punto di vista fisico ogni atleta fermo da due mesi.

In questi giorni si parla moltissimo di protocolli sanitari da seguire per poter riprendere allenamenti prima e competizioni successivamente, ma questi protocolli pare non siano alla portata economica e pratica di tutti i club. Pensiamo ad alcune squadre di A proprietarie di centri sportivi che più facilmente potrebbero organizzare allenamenti e veri ritiri potendosi permettere anche di far pernottare gli atleti presso i predetti centri. Altri club invece dovrebbero porre i propri quartier generali presso strutture alberghiere appositamente destinate ad ospitare esclusivamente i calciatori.

Come è evidente nasce un problema di costi da sostenere per organizzare questi mini ritiri e queste permanenze “protette” per gli atleti. Potranno permettersele tutti? La risposta è facile, assolutamente no. Inoltre il calcio è per eccellenza uno sport “di contatto” per cui è impossibile per due atleti non toccarsi o meglio mantenere distanze di sicurezza tra loro. Quindi far ripartire il calcio non sarà facile, e ci vorrà qualcuno che sappia prendersi una bella responsabilità se dovesse succedere, perché è vero che il calcio stesso è una delle aziende italiane che produce più soldi, ma c’è in ballo la salute degli atleti, e ovviamente di tutte quelle persone che frequentano le gare, come addetti allo stadio, giornalisti o semplici dipendenti delle società.

La seconda domanda da porsi per il calcio italiano è quella sul come ripartire, visto che la crisi economica già esistente ha ridotto il numero di società professionistiche negli ultimi anni, e la sostenibilità gestionale di una annata sportiva o di un progetto a medio termine di una società di calcio è argomento dibattuto da tempo. Questa crisi può però paradossalmente diventare anche una opportunità eccellente di riforma di un calcio italiano che si sta trascinando da anni senza riuscire ad avere il coraggio di cambiare.


La serie A rappresenta un mondo a sé, perché l’interesse che genera e il movimento di denaro che circola è certamente importante. Qualcuno vorrebbe una riduzione del numero di club nella massima serie, perché oggettivamente sono tante le gare in calendario ogni anno. Difficilmente il format subirà scossoni, perché nonostante tutto a molti fa gola giocare in A, magari anche per una sola stagione, per il prestigio che comporta.
I veri problemi economici e pratici nascono dalla serie B in giù, per le risorse economiche che sono proporzionalmente minori, e per i costi sempre rilevanti soprattutto alla voce stipendi degli atleti.

Più in basso si va e più il problema diventa rilevante, con risorse sempre minori sia in serie C sia in serie D, campionati con problemi differenti, il primo legato ad un professionismo che richiede costi notevoli non solo alla voce stipendi ma anche per i contributi degli atleti, e i dilettanti che invece pur avendo uno status apparentemente leggero nascondono a tutti gli effetti costi paragonabili alle società professionistiche.
Una riforma dei format dei campionati sarebbe d’obbligo dunque, soprattutto in serie C e serie D. Sarebbe ad esempio auspicabile nei Dilettanti una riduzione dei gironi da 9 a 6 che permetta non solo alla prima classificata ma a ben due squadre il salto di categoria.

Basterebbe retrocedere 4 squadre anziché 3 da ogni girone di C e il gioco sarebbe fatto. Infine ci permettiamo di dare un consiglio a chi dovrebbe decidere sul calcio: non trascuri il recupero in terza divisione di quei club di quelle città importanti italiane oggi confinate nei dilettanti che hanno potenzialità notevoli soprattutto come bacino d’utenza. Taranto, ma non solo, anche Ancona, Messina, Campobasso, solo per fare qualche esempio, potrebbero essere piazze eccellenti per proporre un prodotto calcio più appetibile anche dalle tv, in particolare nella prossima stagione che potrebbe essere proprio esclusivamente televisiva per via del virus.


Ecco, un format con serie A, B, C e D che sarebbe più sostenibile, con la C e la D vero serbatoio per B e A per poter attingere giovani promesse da lanciare nel grande calcio.
Saranno capaci i nostri in Federazione di porre in pratica riforme concrete e fattibili di cui si parla da anni? Vedremo.

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