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CALCIO

Consiglio Federale: niente di nuovo?

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Tutto cambi perché nulla cambi.
In perfetto stile italiano. Il Consiglio Federale partorisce il nulla.
Una fantomatica black-list che comprenda i personaggi già invischiati in fallimenti, una proposta di riammissione (già rispedita al mittente da Sibilia), per chi retrocederá al termine di questa stagione, i cosiddetti club “virtuosi”, l’estromissione dal campionato alla seconda rinuncia e non più alla quarta.

È mancato il coraggio e la volontà di trattare argomenti che diano davvero la sensazione del cambio di rotta, creando presupposti per cambiare il calcio partendo dalla terza serie.

La serie C ha bisogno di sostenibilità, visibilità e di maggiori risorse.

Nulla di tutto ciò si evince dai provvedimenti su elencati. Siamo curiosi di capire chi farà parte della Blacklist.Già oggi ci sono diversi dirigenti che hanno partecipato in passato a fallimenti di altre società. Saranno inseriti anche loro in questa lista nera? Ne dubitiamo.
Un provvedimento che non esclude così com’è fatto la possibilità che qualcuno acquisti le società non comparendo direttamente oppure non assumendo alcuna carica. Ci sono precedenti di proprietari non tesserati per la propria squadra.

Capitolo club “virtuosi” che retrocedono. Che senso ha riammettere una squadra che per ovvie difficoltà nel sostenere la categoria preferisce “risparmiare” nella costruzione della squadra, inanellando sconfitte in serie? Ma soprattutto cosa diciamo ai club di D che magari hanno speso il doppio o il triplo delle suddette società fallendo l’obiettivo promozione per pochi punti?

E veniamo all’esclusione alla seconda rinuncia. Una falsa soluzione ad un falso problema. Innanzitutto le squadre che sono state escluse quest’anno (e altre ancora in corsa) avevano problemi evidentissimi e a conoscenza di tutti già in sede di iscrizione. In più alcune società hanno ottenuto il rinvio delle gare dalla stessa federazione, proprio per scongiurare la mancata presentazione, fin quando è stato possibile. Per poi essere escluse comunque.

In realtà il calcio italiano di serie C ha bisogno di ben altre cose.
È necessario rendere appetibile il prodotto. Perché ciò sia possibile bisogna intervenire sulla sostenibilità e sulla capacità della categoria di attrarre investimenti.

È assurdo avere 60 squadre e promuoverne solo 4 (5 quest’anno per via della riforma della B che torna a 20 squadre). La C unica a tre gironi è un fallimento certificato da questi anni di palese abbassamento del livello tecnico generale. A fronte di società che spendono milioni per cercare il salto in B, ve ne sono altre che col minimo sforzo ottengono dignitosi piazzamenti playoff.
Una C che per 3/4 è più simile alla vecchia C2, in termini di organici schierati in campo.

L’ideale sarebbe ritornare ad una C a due gironi da 18. E creare un campionato cuscinetto tra l’attuale C e la serie D, in modo da scremare chi ottiene il passaggio dalla D alla C e nello stesso tempo recuperare la “crème” dei club dilettantistici che per varie ragioni, di blasone o di potenzialità economiche, ambiscono ad un campionato più competitivo e snello rispetto alla serie D.

Una C che deve necessariamente recuperare tutte la grandi piazze invischiate nei campionati dilettantistici, rendendo più appetibile, rispetto alle piccole o piccolissine realtà, l’investimento dove c’è un potenziale di pubblico e di strutture. Il ritorno di visibilità passa anche da questo. Non certo dalle squadre B dei club di A, progetto indigeribile comunque lo si voglia apparecchiare agli occhi dei più distratti.

Un’ultima cosa a riguardo la regola degli under. L’obbligatorietà di tenere in rosa così tanti giovani non giova alla serie C e nemmeno alla D. Schierare gli under deve essere un incentivo e non un obbligo. Chi punta a vincere deve avere Ia possibilità di schierare chi vuole. Chi punta a sostenersi con le sovvenzioni per l’impiego degli under, porti avanti la politica dei giovani.

La stragrande maggioranza di questi ragazzi sono essi stessi vittime di un sistema illusorio e che non ha niente a che vedere con la meritocrazia.

Gabriele Franchini

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