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CALCIO

Calcio caos, è la solita estate

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La gestione fallimentare del calcio italiano continua a produrre situazioni imbarazzanti e paradossali.

Dopo l’iniziale esclusione decisa dalla Figc di Bisceglie e Cerignola dal campionato di serie C, è il Coni ha stabilire la bontà delle ragioni delle due società pugliesi e ad ordinare il ripescaggio dei dauni e la riammissione dei baresi.

I problemi strutturali agli impianti cittadini, peraltro risolti o in via di risoluzione, non sono per il Coni così gravi ed insormontabili come valutato dai tecnici della Federazione.
Ora però si presenta un problema: le squadre per la prossima C sono diventate 61, visto che la Figc ha pensato bene di riammettere subito la Paganese senza attendere l’esito dei ricorsi, del Bisceglie in particolare.

Cosa succede adesso? Probabilmente nulla e si partirà con un girone C a 21 squadre. Una nuova “retrocessione” in D per la Paganese è improbabile, anche se ci sarebbe da aspettarsi di tutto dai “gestori” del pallone italiano.
È innegabile però che questo ennesimo caos estivo è il frutto delle cervellotiche e discriminanti regole sui ripescaggi e le riammissioni.

Sarebbe bastato premiare il risultato sul campo per non aver alcun tipo di problema, dando alle classifiche ed ai risultati dei playout di C e playoff di serie D un valore insidacabile, l’unico che uno sport debba contemplare.

I problemi strutturali sono una barzelletta se si permette a chi arriva primo in D di giocare tranquillamente in deroga in un’altra città, vietando contemporaneamente il ripescaggio a chi ha vinto un playoff (Cerignola) o è retrocesso per un playout stabilito a poche giornate dalla conclusione del campionato (Bisceglie), nonostante l’innegabile sforzo delle società e delle amministrazioni locali per far fronte alle spese di messa a norma degli impianti.

La regola deve essere una ed uguale per tutti. E l’unica regola che rende credibile lo sport è la classifica finale.

Chi arriva davanti vince. Punto. Chi è secondo ha più diritto di chi arriva terzo o quinto.
Parola al campo quindi, senza fondi perduti discriminanti, apice dell’ipocrisia di questo calcio in un periodo in cui ci si riempie la bocca di parole come sostenibilità e abbattimento dei costi.

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