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8 luglio ’90, i fischi all’inno ed il labiale di Maradona

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8 luglio 1990, a Roma si gioca la finale di Coppa del Mondo tra Germania Ovest ed Argentina.
Una finale che passerà alla storia più per i fischi all’inno nazionale argentino che per quanto si vedrà in campo.

Partiamo da un punto. In quella partita tutti si aspettavano l’Italia di Azeglio Vicini, favorita alla vittoria finale come Paese organizzatore e autrice di un percorso netto fino alla nefasta semifinale di Napoli proprio contro l’Argentina di Maradona.

Una semifinale caricata ad arte dall’istrionico Diego, che riuscì a portare parte dei napoletani a tifare per l’albiceleste o quantomeno a sentirsi fortemente combattuti: Diego aveva fatto grande il Napoli, riscattandone anni di delusioni sportive e umiliazioni sociali. Per due volte il Napoli aveva allineato le grandi del nord, guardando tutti dall’alto della classifica con gli scudetti dell’87 e del ’90, mentre il “Pibe de oro” si ergeva a simbolo del Sud contro il Nord pigliatutto, non solo in campo sportivo. Un leitmotiv che spesso verrà ripetuto da Diego durante la sua avventura napoletana.

Il resto d’Italia era davvero contro? Più si che no. Juve-Milan-Inter da sempre a spartirsi scudetti e con la stragrande maggioranza del tifo italico sotto le loro bandiere, alle quali si univano le rivali romane: praticamente il 90% degli appassionati di calcio in Italia, esclusi i napoletani e pochissimi altri, contro Napoli, Maradona, l’Argentina.

Un’epopea, quella di Maradona: Napoli che si riconosceva nel suo condottiero tanto funambolico quanto teatrale e furbo al limite del regolamento, il numero 1, colui che era “meglie e Pelé“, un mix di caratteristiche che si sposavano alla perfezione col contesto di una città unica nel suo genere, un mondo a parte, con un dialetto che è una lingua nazionale, una capitale di se stessa, come non potrebbe essere altrimenti, data la storia plurisecolare di capitale del Sud, colpevolmente emarginata nella miope Italia post unificazione.

L’Olimpico accolse con i fischi, l’inno argentino, ma i fischi erano contro il personaggio Maradona e contro ciò che rappresentava, quindi anche quella Napoli che improvvisamente tornava ad essere capitale, stavolta dell’Italia intera, almeno nel calcio. Il labiale di Diego immortalato dalle telecamere, un “hijos de puta” ripetuto più volte, contro il pubblico che compatto avrebbe tifato, da lì a pochi minuti, per la Germania Ovest di Matthaeus, un nonsenso storico, per tutto ciò che da sempre rappresentano le due Nazioni per gli italiani.

La partita fu quella che tutti si aspettavano. L’Argentina a difesa dello 0-0, con l’obiettivo di arrivare ai rigori sperando nella magia dell’unico giocatore in campo capace di “miracoli”, quel Diego che li aveva trascinati fin là, non solo con le giocate in campo. Dal canto loro, i tedeschi sbatterono contro il muro argentino, non trovando spazi per i propri bucanieri che rispondevano ai nomi di Voeller e Klinsmann, oltre al già citato Matthaeus. Una Germania fortissima e piena di giocatori “italiani” che ebbe finanche troppe difficoltà a vincere contro la tattica ostruzionistica degli argentini, forse ancor più caricati dal contesto ostile dell’Olimpico.

La risolverà l’altro “italiano” Brehme, su rigore, a pochi minuti dai supplementari, calciando di destro. Un mancino che giocava terzino sinistro ma crossava in modo perfetto con entrambi i piedi. L’unica nota rilevante di una partita povera sotto il profilo tecnico. Le lacrime di Maradona saranno l’ultima immagine di una gara macchiata dal deprecabile episodio iniziale, un unicum in una finale mondiale, purtroppo avvenuto in un’Italia spesso troppo stupida e provinciale.

I fischi all’inno argentino ed il labiale di Maradona, immagini tratte da YouTube

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